Bradipi in cerca d'autore

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I racconti a quattro zampe di due bradipi gemelli

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giovedì, 27 ottobre 2005

QUALCOSA ACCADRA' / 14 []

La porta a vetri del palazzo è chiusa. Dietro si intravede l'ombra di un uomo  che dialoga col citofono. Guardo distratta i gradini, attenta a non precipitarvi, quando realizzo che quell'ombra mi è molto familiare...

... Michele!

Il proposito di fare attenzione si volatilizza. Scendo gli scalini sfidando la gravità. L'ultimo mi è fatale. Rovino a terra con fragore e immediatamente sento un dolore indicibile alla coscia che per prima ha toccato terra. La destra. Soffoco il mare di imprecazioni che mi erano salite alle labbra e sorrido. Michele è lì fuori, a pochi passi da me: mi fossi anche rotta una gamba non percepisco più alcun dolore in quel momento.

Alzo lo sguardo verso la porta. Lui è lì. Mi sta fissando. Sembra il visitatore di un acquario di fronte alla vasca dei pesci tropicali: espressione curiosa, meravigliata, la bocca a "o", gli occhi sgranati. Sento la tenerezza che prende in ostaggio i miei muscoli facciali. Cerco di rimettermi in piedi. Lui sta dicendo qualcosa, ma non lo sento. Cerco di interpretare il labiale.

"Ti stavo cercando..."

Dovrebbe aver detto così.

"Anch'io".

Gli rispondo, mentre allungo la mano verso il pulsante apriporta.

Clack. Lo scatto secco della chiusura automatica. La maniglia è ghiacciata, strano. Sto tirando il battente verso di me, assaporando l'abbraccio in cui mi tufferò di lì a poco. Ho abbassato lo sguardo, sto cercando di contenere l'emozione e quel martellare ritmico e insistente che sento in pieno petto. Una folata di aria caldissima mi investe di colpo e mi toglie il fiato, come quando si esce da un locale climatizzato e si passa nella canicola estiva. Faccio un respiro fondo e alzo gli occhi: mi investe una luce innaturale, abbagliante. Serro le palpebre e le riapro lentamente, per lasciare il tempo all'occhio di abituarsi. In una frazione di secondo mi rendo conto che Michele è scomparso.

"NO! Non adesso!"

Il grido si perde in quella che non riconosco più come la strada fuori dal mio palazzo.

"Michele! Micheleee!"

Inutile. Era prevedibile. Mi volto: anche il palazzo è scomparso, c'è solo la porta a vetri di cui ancora sto tenendo la maniglia. 

"Maledizione! Perchè?? Perchè proprio ora???!! Eravamo così vicini... potevamo finalmente..."

"Stai tranquilla, amore. Tranquilla. C'è tempo..."

La sua voce è uno schiaffo dritto al cuore. Mentre la luce si fa più accettabile, la vedo avvicinarsi da quella che ora inizio a riconoscere come la strada di casa dei miei genitori. Quella all'inizio del paese. Quella non ancora asfaltata di quando avevo all'incirca cinque anni.

"Tata..."

"Elisa, trottola! Non mi abbracci?"

Ho solo il tempo di realizzare che si tratta proprio di mia zia Maria, prima di venire avvolta e stritolata dalle sue braccia da contadina d'altri tempi. Aspiro a fatica il suo odore, tra le pieghe del suo vestito e immediatamente mi rendo conto che non accadeva più da secoli... più o meno dalla notte in cui lei e zio Pietro finirono in quella scarpata, a due passi dal loro cascinale di montagna. Tornavano dal cenone della vigilia di Natale, quello che avevano passato da noi. Avevo undici anni. Era la prima volta che nella mia vita faceva capolino la morte.





lunedì, 17 ottobre 2005

QUALCOSA ACCADRA' / 13 []

Il nonno se ne è andato.
Siamo arrivati davanti al citofono di Elisa e si è congedato con un'affettuosa pacca sulla spalla.
"Coraggio ragazzo," mi ha detto guardandomi fisso negli occhi, "comprendi tutto ciò che devi comprendere e poi scegli."
Ho sostenuto lo sguardo.
"D'accordo," ho risposto.
"Cerca di non farmi incazzare," ha aggiunto.
"D'accordo."
"Allora... ciao figliolo..."
Mi ha voltato le spalle ed è scomparso.
Letteralmente.
Devo comprendere, non stupirmi. Comprendere.
 
Scorro il citofono: ci sono i numeri invece del cognome. Il numero di Elisa lo ricordo bene, è il 42. Premo il pulsante. Dal citofono arriva una voce gentile e professionale.
"Ospedale San Douglas Adams buongiorno, risponde l'ufficio prenotazioni."
"..."
"Quale visita desidera prenotare?"
"..."
"Signore?"
Guardo le targhette sul portone. Nessun ospedale.
"Ho sbagliato num... citofono, chiedo scusa..."
"Oh, niente panico," risponde lei.
Eppure ero sicuro che fosse il 42.
Forse ho invertito i numeri, forse è il 24.
Premo il 24.
"Ospedale San Boris Vian, buongiorno," risponde una voce questa volta maschile, "prima di permetterle di prenotare una delle nostre visite mi preme anticiparle che in caso di peggioramento delle sue condizioni la stanza tenderà a rimpicciolirsi e il topo grigio che le farà compagnia rosicchierà i pochi raggi di sole che riusciranno a filtrare dalla finestra. Cosa desidera prenotare?"
"..."
"Signore?"
"Nulla, chiedo scusa, devo avere sbagliato."
"E chi non sta sbagliando? Arrivederci"
"Arrivederci."
Allora adesso faccio così. Premo un bottone a caso.
"Sì?"
E' la voce di Francesca.
"Francesca, ciao..."
"Michele!"
"Senti... c'è Elisa?"
Francesca non risponde subito, sento il vibrare della sua agitazione dal citofono.
"E' scesa due minuti fa, uno anche... come è possibile che non l'hai vista?!"
"..."
"Magari se ti volti è lì sul marciapiede!"
Mi volto.
Non è sul marciapiede.
"Dove stava andando? Te lo ha detto?"
"Da te! Sta venendo a cercarti!"
 




giovedì, 16 giugno 2005

QUALCOSA ACCADRA' / 12 []

La porta dell'ascensore si apre lenta.

Mi fiondo all'interno e premo T.

Dai, dai, dai...

"Sei di fretta?"

La voce profonda alle mie spalle mi fa sobbalzare.

"Simone!"

...

"Credevo fossi..."

"...sparito?"

"Già".

Appoggiato all'angolo opposto a dove sto io, mi fissa con quello sguardo intenso, quello che ha sempre quando sta per dire qualcosa che ritiene importante, lasciadoti il momento di suspance.
Però...
C'è qualcosa che non quadra. Lo guardo, attenta. C'è qualcosa che mi sfugge, ma non capisco cosa.
E' come quel giochino maledetto, quello dei sette piccoli particolari tra le due vignette: quando arrivi all'ultimo e non riesci a scovarlo e ti innervosisci e vorresti andare subito alla soluzione, ma non ci vai perchè ti sentiresti sconfitta e... eccolo!
Strabuzzo gli occhi, poi li chiudo e li tengo chiusi un secondo in più. Li riapro. No, non è possibile.
Be', in realtà ormai tutto è possibile.

"Simone, tu..."

"Sì, Elisa. E' proprio come stai vedendo tu ora. Hai detto a Francesca che le credevi. Ci ha messo un sacco per convincerti, ma non ne eri ancora certa, non è così?"

"In effetti..."

"Avevi bisogno di una prova. Il tuo solito bisogno di confrontarti con dati oggettivi".

Mi sorride ora. Ha ragione, lo so.
Io non riesco mai a credere alle cose, finchè non trovo la prova oggettiva che sono realmente come mi sono state spiegate o illustrate. Do sempre il beneficio del dubbio. Non nego a priori, ma fatico a credere fino a prova contraria.

La prova che cercavo ora è qui, con me, in questo stupido ascensore, che si muove lentissimo, come una moviola.
Ci scambiamo uno sguardo lunghissimo. Tremo. Un po' per ciò che sto vedendo, un po' per quello che penso ora di noi.

"Lo so".

"Che cosa?!".

Stavo pensando che non sarei mai stata capace di dirgli quello che ho appena scoperto. Stavo pensando a dove trovare il coraggio di ammettere con lui che amo Michele.
Lui, che mi ha accusata mille volte di questo. Lui, a cui ho mille volte risposto che era solo la sua stupida gelosia a non fargli capire che io e Michele siamo solo amici... solo amici.

"Non siete solo amici Elisa. L'hai capito finalmente".

"Ma..."

Certo, è ovvio. Legge i miei pensieri! Che stupida, è logico che sia così, dato che lui...

"Non ce l'ho con te. Non ti preoccupare".

Il suo sguardo è dolcissimo ora. Dai miei occhi sgorgano calde lacrime, un misto di sollievo e tenerezza.

"Io..."

"Anch'io ti voglio bene Eli. Te ne vorrò sempre, credimi. Lo so che non te ne rendevi conto. L'ho sempre saputo, in fondo. Ero solo troppo egoista e spaventato dal fatto di perderti, per lasciare che tu lo capissi, che capissi chi era l'uomo che ami realmente".

Si avvicina e mi sfiora una guancia. Cattura tra le dita una lacrima e se la porta alle labbra. Vorrei abbracciarlo, ma non è possibile. Resto lì, a godere di quella carezza, a sorridere di questo senso di libertà e di amore.

"Ci vediamo venerdì?"

"Certo. Magari faccio un po' tardi, ma non posso mancare, lo sai. Ora corri da lui... vai".

Ding.

La porta dell'ascensore si apre lenta alle mie spalle. Mi giro, un secondo, poi mi rigiro, per salutarlo... svanito.





venerdì, 10 giugno 2005

QUALCOSA ACCADRA' / 11 []

"Da adesso in poi succederanno delle cose stranissime," mi dice il nonno mentre saliamo le scale che ci riportano in superficie.
Mi domando cosa può succedere di più strano di un bancomat che parla.
"In confronto il bancomat che parla sarà normale," dice lui.
O di mio nonno, morto da anni, che mi legge nel pensiero.
Mi guarda con dolcezza, capisco che sta per dirmi qualcosa che vuole assicurarsi che io capisca bene.
"Quello che ti devi mettere in testa, figliolo" (figliolo me lo aveva detto solo una volta, nel luglio dell'82 quando l'Italia vinse i mondiali) "è che tu non devi cercare di spiegarti cosa sta succedendo, devi solo guardare e... capire, imparare... ci sei?"
"..."
"... ecco, non hai capito... ma porca di quella puttana, ma come si fa che non capisci mai un cazzo quando ti parlo che cazzo di un cazzo io mi sforzo..."
Niente, è più forte di lui, non ce l'ha fatta a non innervosirsi.
Usciamo in strada. Davanti a noi l'architettura più brutta d'Europa: il cavalcavia di Corvetto.
"Brutto eh?" dice il nonno.
Poi fa un gesto con la mano, come se lo cancellasse.
"Via," dice.
E il cavalcavia sparisce.
Io rimango paralizzato.
Lui controlla la mia reazione e prende a calci una lattina.
"Vedi che non hai capito!? Ma cosa devo fare...."
"..."
"Lo rivuoi? Ti rassicura far finta che va tutto bene? Eccolo."
E il cavalcavia ricompare.
"..."
"No, a me fa schifo, via."
Scompare di nuovo.
"Adesso andiamo da Elisa, da che parte è?"
Percorriamo corso Lodi.
Non devo cercare spiegazioni.
Devo solo capire.
Imparare.


Cosa?


"Aspetta," dice il nonno fermandosi, "io devo essere sicuro che tu mi abbia capito, è il mio compito... vieni di qua" e mi trascina dentro un negozio di scarpe. Apriamo la porta a vetri e ci ritroviamo al mare. Siamo proprio in spiaggia, ci sono i bagnanti, i bambini con le palette. E c'è il mare, con i pedalò, la gente sui materassini.
Il nonno mi spinge indietro e siamo di nuovo in corso Lodi.
Mi scruta, vedendo se ho capito.
Scuote la testa.
Mi spinge contro un albero e mi ritrovo in un cinema. Intuisco che sullo schermo ci sono io. Il nonno mi trascina indietro.
Mi scruta.
Scuote la testa.
"Guardami," dice.
Lo guardo.
Lui diventa mia madre e mi sorride.
Poi diventa Paolo, il mio migliore amico, quello che odio.
E poi è una bambina di cui ero innamorato alle elementari.
Poi il mio professore del liceo.
E poi è ancora mio nonno.
Sto per piangere.
Non devo piangere.
Non devo piangere.
Non devo piangere.
Non piango.
Non piango.
"Da adesso in avanti succederanno tutte queste cose, e tante altre ancora," dice il nonno, "non cercare spiegazioni razionali, non ce ne sono. Rimani aperto a ciò che accadrà e impara tutto quello che devi imparare, Venerdì avrai capito tutto e capirai anche cosa sta succedendo. Intesi?"
Annuisco.
Lui sorride,
"Ora andiamo da Elisa," dice.





martedì, 07 giugno 2005

QUALCOSA ACCADRA' / 10 []

"Fra', non scherzavate..."

"A proposito di cosa?... Oh, per amor del cielo Elisa! Apri questa porta immediatamente!"

Fisso alternativamente la porta e lo schermo del portatile. La fitta di paura che è saettata da un punto imprecisato del basso ventre alla gola, provocandomi brividi e tachicardia, si disperde dietro la nuca, lasciando i bulbi piliferi in spasmodica contrazione. Ora capisco perfettamente il significato della frase: "qualcosa che fa accapponare la pelle".

"Fra', sta succedendo davvero... Simone è sparito da tutte le mie foto".

La voce di Francesca al di là della porta del bagno abbandona tutta la perentorietà che aveva fino ad un secondo fa e mi arriva come un sussurro:

"Sì Elisa, è così... è vero, tutto vero".

Chiudo il portatile e mi alzo di scatto. Mi gira la testa, ma solo per un secondo. Una rabbia cieca si è impadronita di me.
Il cuore martella in petto come fosse impazzito. Un tam tam che segna il passo di ciò che mi appresto a fare.

Spalanco la porta e Francesca precipita sui miei piedi.

Si alza frastornata, gli occhi rossi, le guance rigate di lacrime.
Sento di odiarla, per avermi avvertita così tardi. E' tutta colpa sua, sua e di quegli egoisti dei nostri colleghi, dei nostri amici.

"Voi lo sapevate già! Lo sapevate e non avete pensato ad altro che a preservare le vostre stronze comode ed organizzatissime vite!".

Le sto gridando addosso, con tutta la forza della disperazione che sento, mentre la spingo contro il muro, incalzandola.

"Lo sapevate! Lo sapevate! E non lo avete avvertito, non ve ne siete ricordati! E nemmeno di me! Da quanto? Quanto tempo mi avete fatto sprecare? Eh?! Quanto?! DIMMELO!!!".

I suoi occhi ora sono sbarrati sui miei, che le stanno a non più di 5 centimetri dal viso. Vedo un velo di lacrime che sale e li inonda, prima di tracimare sulla mia maglietta.

"N..n.. non è..."

Sbuffo dalle narici. Lei singhiozza.
Ma che sto facendo?
Perchè tutta questa rabbia?
Calmati, Elisa. Rifletti.

"Eli.."

Le ho voltato le spalle, staccandomi da lei, piena di vergogna.

"Scusa Fra', non so che mi è preso. Non è colpa tua, lo so".

Singhiozza ancora. Mi sento un verme.

"Fra', non ce l'ho con te, davvero".

"Eli, perdonami. Avrei dovuto dirtelo prima, ma pensavo non mi competesse. Pensavo tu ci dovessi arrivare da sola, capirlo da te e comportarti di conseguenza".

"Ma che dici Fra'? Come avrei potuto? Non è una cosa che si immagina facilmente!"

E lei, tutto d'un fiato:

"No Eli, non parlo di venerdì. Io parlo di Michele. Del fatto che sei innamorata di lui".

E' come uno schiaffo. Resto lì, come una scema. La bocca mezza aperta, le spalle abbassate: una resa su tutta la linea.

"Io cosa?... Michele... No, Francesca, ti sbagli".

Cerco di ribattere alla sua affermazione, che mi dovrebbe suonare assurda... dovrebbe...

"Siamo solo molto amici, lo sai. E poi c'è Simone. Il mio solitario. Esco con lui, lo sai no?"

Ma è talmente poca la convinzione nella mia voce che nemmeno io riesco a credermi...

Simone... la verità è che non ho minimamente pensato a lui. Elisa, diavolo, ma a chi la racconti?! Sei una scema, lo sai?! Ha ragione Francesca. Ragione da vendere. Ragione su tutta la linea.
Michele è stato il tuo primo pensiero, la tua unica preoccupazione, e la rabbia che hai sentito, quella che hai vomitato addosso a lei era per lui. Perchè hai paura che magari non lo vedrai prima di venerdì e basta solo questo a farti annaspare, a farti mancare la terra sotto i piedi.

Michele...

Sussurro: "Io... amo... Michele".

"Si Elisa. Sì. Finalmente l'hai capito".

L'espressione di Francesca tradisce mille emozioni. Riflette le mie. Sorride. Le rispondo con un'espressione tra l'attonito e lo sconvolto. Poi sorrido a mia volta e scoppio in una risatina isterica, che nell' intenzione dovrebbe sciogliere la tensione, ma è talmente surreale da renderla, se possibile, ancora più tragica.

"Ma Francy, com'è possibile?"

Ora lei ride di cuore.

"Che sciocca sei, Elisa! Cosa vuol dire com'è possibile? Siete fatti l'una per l'altro. E' una vita che io e Gianni lo sappiamo e che speriamo vi decidiate a confessarvi reciprocamente che siete le due metà della stessa mela!"

"Ma... ma..."

"Niente ma e niente domande retoriche e inutili Elisa. Pensa a quello che hai provato nelle ultime ore e smetti di farti domande: è lui quello che ami, quello che ti completa, che fa parte di te come tu di lui... ma... che stai facendo?"

Mentre ancora le sue parole rimbalzano nella mia mente, sono già alla porta, le chiavi di casa in una mano, la borsetta e la giacca nell'altra:

"Io vado!"

Silenzio. Con la mano sinistra sulla maniglia, mi giro verso di lei aspettandomi da un momento all'altro una sua obbiezione. Invece lei è seduta sul letto, il cellulare già all'orecchio ed un'espressione talmente felice che pare addirittura grottesca, data la situazione.

"Ma chi stai chiamando?!"

"Gianni! Devo assolutamente dirglielo! E tu vai, sbrigati, che tra mezz'ora la metropolitana chiude!"

Ridiamo.

"Ti voglio bene Fra'"

"Anch'io, scema. E ora corri!"

Mi lascio la porta socchiusa alle spalle e, mentre saltello impaziente da un piede all'altro davanti all'ascensore, la sento lanciare gridolini eccitati all'indirizzo di quel degno ed altrettanto pazzo del suo compagno:

"Gianniiii?!!! Sìììì.... sta andando da luuui!!"

Sono sempre sconvolta, ma non riesco a fare a meno di ridere.





lunedì, 23 maggio 2005

QUALCOSA ACCADRA' / 9 []

"Nonno..."
"..."
"Nonno..."
"..."
"Nonno..."
"Se me lo ripeti un'altra volta ti anestetizzo la faccia a ceffoni," dice mio nonno spazientito. Il nonno è sempre stato così.
Arrabbiato.
Seccato.
Spazientito.
Insofferente.
Non c'era nulla che non lo facesse imbestialire.
Morì di calma a settantaquattro anni. Il suo corpo non era abituato. Un pomeriggio, si trovava in veranda a godersi il fresco: sarà stata la brezza, sarà stata la musica lievemente malinconica che proveniva dalla casa di fronte, sarà stato quel blu elettrico del cielo, fatto sta che per un istante si sentì invadere da un forte senso di pace e addirittura sentì che stava bene e che... che tutto quello gli piaceva. Il suo organismo non era preparato ad affrontare un'eventualità del genere: la calma gli fece venire un colpo che lo stroncò all'istante.
"Ma nonno..." dico sapendo la reazione, "tu... tu saresti morto..."
"E tu sei un idiota," risponde lui buttando gli occhi al cielo, meglio, al soffitto della carrozza della metropolitana.
Non capisco. Ogni minuto che passa di questa giornata aggiunge un nuovo elemento di incomprensione.
"E' ovvio, sei un codardo," dice il nonno, come rispondendo al mio pensiero.
"Cosa sta succedendo?"
Lodi. Gran parte dei passeggeri scende. Nessuno sale.
Il nonno mi spia con la coda dell'occhio. E' un'occhiata strana, contine disgusto e un'infinta pena.
"Dimmelo tu cosa sta succedendo."
Non capisco.
No, anzi, una cosa la capisco.
Che non posso capire, posso solo stare al gioco.
"Va bene," rispondo, "sta succedendo che venerdì avverrà qualcosa che cambierà tutto, che le persone stanno scappando, che fanno le provviste, che non riesco a mettermi in contatto con Elisa, che i bancomat mi parlano, che tra poco chiudono la metropolitana per sempre e che il passeggero di fianco a me è mio nonno che è morto da anni."
Annuisce soddisfatto. Poi mi guarda come se attendesse la conclusione.
Anch'io lo guardo, attendendo da lui la conclusione.
"..."
"..."
"..."
"Sei consapevole di essere un idiota, sì?" urla. Si alza, passeggia avanti e indietro.
"Come fai a non aver capito??"
"..."
Brenta. Scendono gli ultimi passeggeri.
Il nonno mi si avvicina, restando in piedi. Si china verso di me e bisbiglia, anche se non ce ne sarebbe bisogno visto che siamo gli unici passeggeri rimasti.
"Non sarò io a dirtelo, capito?" dice, "almeno questo lo capisci? Non posso essere io a dirtelo..."
In quel momento capisco tutto. Ma è solo per un'istante. Poi rifiuto quello che ho appena appreso, preferisco la confusione.
"Del resto..." dice il nonno con amarezza, "se non sei neanche in grado di ammettere con te stesso di amare Elisa..."
Lo guardo stupefatto.
"... e di odiare il tuo migliore amico, Paolo..."
Sono sempre più stupito.
"... poi, se ti dico Simone... vediamo che faccia fai?"
Corvetto.
"Adesso alzati che è la nostra fermata, Elisa abita qui no?"




venerdì, 22 aprile 2005

QUALCOSA ACCADRA' / 8 []

"Elisa, sei pronta?".

"No, non ancora".

"Dai che è tardissimo, esci di lì!... ".

"Io non vengo! Non senza aver prima trovato Michele...".

"Elisa, smettila di fare la bambina! Gli abbiamo mandato una messaggio, lo leggerà, vedrai. Noi dobbiamo andare... ma insomma, si può sapere che stai facendo?!"

Ogni volta che sento i pensieri pesare troppo nella mente, ma soprattutto nel cuore, la prima cosa che faccio è rifugiarmi in bagno, seduta a terra, appoggiata alla vasca, le gambe incrociate, strette al petto dalle braccia. E' la sensazione di rientrare nel mio bozzolo. Chiudere fuori il mondo e cercare così di isolare quei pensieri per cercare di alleggerirli, scavarli, rosicchiarli come un topolino alle prese con una crosta troppo grande e dura, ma invitante al punto da volerci anche rimettere i denti, se necessario.

Stavolta ho un alleato: il mio portatile. Aperto sulle ginocchia, in questo momento sta rimandando ai miei occhi, immersi nell'emozione, l'immagine di due persone sorridenti...

Ma dove diavolo sei, Michele?

L'indice preme la freccia dx e le immagini giocano a nascondino con i bordi dello schermo, una dopo l'altra, prima lente, poi sempre più veloci, mentre la loro copia, intrappolata nelle lacrime, scende lungo le mie guance, fino all'angolo delle labbra...

... stop!

Non è possibile.

Illusione.

Freccia sx, una, due, tre volte.

Eccola.

E' una fotografia scattata l'estate scorsa. Una delle mie preferite. Una foto di gruppo, in occasione del mio compleanno. Fuori dal locale di Mario, quello che ci ospita almeno due volte al mese, concedendoci cene pantagrueliche a prezzo ridicolo, chè Mario è un amico e gli amici ti coccolano, ti viziano e poi ti dicono:

"Portami i tuoi amici quando vuoi, eh?!"

L'anima del commercio, ma anche dell'ospitalità, Mario.

Ci siamo io e Francesca, abbracciate a Gianni (fidanzato storico di Franci, nonchè collega adorato da noi tutti perchè è come Mr. Wolf di Tarantino: se hai un problema, di qualsiasi tipo, lui ti trova sempre una soluzione!), Paolo e Michele, anche loro abbracciati, e con gli occhi vaqui e sorridenti, sotto evidente effetto della grappa al mirtillo di Mario... e poi... poi ci dovrebbe essere Simone...

C'era. Ne sono sicura.

Era lì, a destra. Appoggiato come sempre al lampione davanti al locale, solo. Che lui per tutti noi è "il solitario".

Forse non era questa la foto... freccia sx, freccia sx...

... ma che diavolo...

Non c'è! E non solo in quella foto! Simone è sparito da TUTTE le mie fotografie!

Allora è proprio vero. Non era un inutile allarmismo... è tutto vero!





lunedì, 18 aprile 2005

QUALCOSA ACCADRA' / 7 []

"ATTENZIONE! NON OLTREPASSARE LA LINEA GIALLA!"
L'annuncio dagli altoparlanti provoca le risate di quattro ragazzi che giocano a fingere di spintonarsi sui binari.
"ATTENZIONE! TRA VENTI MINUTI LA LINEA METROPOLITANA CHIUDERA' A TEMPO INDETERMINATO! NON INTRAPRENDERE VIAGGI SUPERIORI AI VENTI MINUTI, RIPETO, NON INTRAPRENDERE VIAGGI SUPERIORI AI VENTI MINUTI! VOI! NON FATE GLI SPIRITOSI E METTETE QUEI PIEDI AL DI LA' DI QUELLA CAZZO DI LINEA GIALLA!"
I ragazzi ridono. Sembrano essere le uniche persone allegre. Intorno a me facce nervose, quasi emozionate per quell'ultimo viaggio in metropolitana. Faccio i miei conti e calcolo in dieci minuti il tempo necessario per arrivare alla fermata di Elisa.
"PORCA DI QUELLA PUTTAAAAANAAAAAA! NON OLTREPASSARE LA LINEA GIALLA! AVETE CAPITO O NO, CAZZOOOOOOOO!"
L'eco di quel cazzo viene inghiottito dal rumore della metropolitana in arrivo.
Salgo.
Mi siedo.
I passeggeri guardano di continuo l'orologio, preoccupati all'idea di non arrivare in tempo. Davanti a me una bambina mi fissa, stupita. Otto fermate mi separano da Elisa. Possibile che non sappia niente? mi chiedo. Subito mi rispondo che in fondo anch'io non so niente, perché dovrebbe saperlo lei.
Missori. Sale una giovane donna zingara. La bambina continua a fissarmi. Mi guarda come se avesse davanti un personaggio dei cartoni animati, lì, davanti a lei. Il treno riparte. La zingara si schiarisce la voce e lancia la lamentela.zip
"Signòesignòscusàdistùsounafamìpoverasenzalavòsenzacàconottobambìdamangià-dapochicentèperfavòbuofortùtuttibuonasè."
E vaga per il vagone con un bicchierino proteso. Un uomo anziano, di fianco a me, estrae il portafoglio. Con la coda dell'occhio scorgo un'espressione a metà strada tra la commozione ed il fastidio. La donna si avvicina a me. Fisso le mie scarpe. Prosegue verso l'uomo anziano. Lui cambia idea, rimette a posto il portafoglio.
"Lei parla troppo velocemente," spiega, "non si è capita la reale natura delle sue sfortune."
La donna non se la prende.
"Mi stupisce che lei possa davvero credere che nell'arco di una sola fermata io possa esporre in maniera sufficientemente articolata la gamma di alibi dietro ai quali tendo a far sopravvivere lo stile di vita al quale aderisco, un po' per libera scelta, un po' per incidenze ambientali. In ogni caso la saluto."
E scende.
Crocetta. Salgono quattro musicisti dell'est. Chitarra, violino, tromba, fisarmonica. La bambina non si trattiene, strattona la gonna della madre e mi indica. La madre mi guarda, ha un lampo di stupore negli occhi, poi afferra la mano della bambina e gliela posa sulla pancia.
I musicisti attaccano con besame mucho.
"Questi sono sicuramente romeni e suonano besame mucho," borbotta l'uomo anziano di fianco a me. Io non so più cosa pensare. A questo punto non so nemmeno se sia un bene, pensare. Ascolto besame mucho come ipnotizzato e non mi accorgo che è finita finché non me li ritrovo davanti. L'uomo anziano ha già il portafoglio in mano. Poi ci ripensa e lo mette via.
"Avete accelerato nel finale," spiega, "e non provate a dirmi che era voluto."
I musicisti non se la prendono.
Scendono.
Porta Romana.
"Speriamo che adesso ci lascino un po' in pace," dice l'uomo.
Lo guardo.
Ci metto un po' a rendermene conto.
"Finalmente mi hai riconosciuto," dice lui, seccato, "sempre detto che mio nipote è scemo come una campana di merda."
"Nonno..." bisbiglio."
E' mio nonno.
Mio nonno.
Mio nonno che è morto tre anni fa.





giovedì, 07 aprile 2005

QUALCOSA ACCADRA' / 6 []

"Elisa, che stai facendo?"

"Imballo il mio pc..."

"Elisa, gioia, non te lo puoi portare. Prendi il portatile, fai un travaso di dati e basta."

"Ma... ma... il mio pc, non lo posso lasciare! Ci sono affezionata. Gli ho anche dato un nome, lo sai! E poi non so se sul portatile riesco a farci stare tutto, e poi ci sono un sacco di ricordi legati a questo pc, e poi non riesco ad immaginare la mia vita senza il mio pc da accendere ed accarezzare tutti i giorni, e poi ci sono un sacco di cartelle e dati anche di Michele lì dentro e non so ancora se lui li vorrebbe tenere o no, e poi..."

"Elisa, per l'amor del cielo, calmati! Si può sapere cosa ti è preso? Da quando stiamo cercando di rintracciare Michele ho pensato più di una decina di volte di stordirti con un sonnifero o di terminarti con una sonora martellata!"

Il sorriso sulle mie labbra è di quelli tirati: vorrei ridere di gusto alla battuta di Francesca, ma non mi riesce. Sono preoccupatissima. Sono due ore che cerchiamo di raggiungere Michele in qualche modo: abbiamo chiamato il suo ufficio, sua madre, quello stordito del suo amico Paolo (il quale credo fosse in dolce compagnia ed in copulanti faccende affaccendato, perchè ha risposto con un affanno sospetto, mentre in sottofondo si sentivano risatine di chiara provenienza femminile...). Abbiamo persino chiamato il Bar Aurora, quello dove Michele si rifugia spesso nelle pause di lavoro per "sfuggire all'ineluttabilità della vita", come dice lui, ma nulla... E' irrintracciabile. Ed io sempre più preoccupata.

E' buffo. Da quanti giorni non lo sento? Sei, sette? L'ultima telefonata è stata giovedì scorso. Mi stavo preparando per uscire con quell'idiota dell' amico di Francesca, quello patito di snowboard, che mi ha guardata come fossi un'aliena quando gli ho comunicato che non ho mai messo piede su una tavola, ne' mi sarebbe interessato farlo in futuro. Michele, con il classico tempismo che lo contraddistingue, ha telefonato mentre lo shampoo mi colava negli occhi.

"Sono impazzito per cercarla, ma alla fine l'ho trovata! Elisa, l'ho trovata!"

"Michele, non so di cosa tu stia parlando, e al momento non lo posso nemmeno approfondire... sono in doccia, ti richiamo io!"

Dieci minuti dopo, mentre mi  infilavo jeans e maglietta per la disastrosa serata, che ancora non sapevo mi aspettasse, eravamo immersi in fitta conversazione sulla sua "nuova" macchina fotografica. Una Canon, cimelio o reperto storico che dir si voglia, recuperata da un fotografo del centro ad una cifra astronomica.

"Sei un pazzo scriteriato! Ti sei fatto fregare Michele, ecco cos'è!"

"Ma... non è vero. E' un prezzo più che ragionevole per un gioiello di tale valore! Ma cosa vuoi capirne tu..."

Dopo un altro quarto d'ora di discussione sulle spese ed i massimi sistemi economici, ci siamo salutati con la promessa di una serata tutta per noi, magari la prossima settimana...

Già... la prossima settimana... E ora?

All'improvviso, il pensiero di non averlo accanto mi risulta insopportabile. Ho bisogno di lui.

Io ho bisogno di Michele.





lunedì, 04 aprile 2005

QUALCOSA ACCADRA' / 5 []

Non mi resta che andare direttamente a casa di Elisa.
Mi avvio verso la metropolitana e osservo la gente. Hanno facce strane, i loro volti esprimono agitazione, paura, ansia, ma allo stesso tempo è come se stessero vivendo la cosa in modo naturale, ovvio. Come se in fondo non li riguardasse veramente.
"Mi scusi, signore, ha due miniuti?"
Una ragazza, con un tailleur blu scuro e i capelli raccolti.
"Veramente no, sarei un po'..."
"Solo due minuti per un' indagine statistica"
Sfodera un sorriso che deve aver steso parecchi uomini.
"Mi deve scusare, ma cosa se ne fa di un'intervista se fra due gior..."
"E' il mio lavoro, anche se per gli ultimi due giorni."
Adesso è seria, e penso che anche quello sguardo deve aver steso parecchi uomini.
"D'accordo," mi arrendo.
"Dunque, lei si sente più: farfalla, pangolino o megattera?"
Ma che domanda è?
"Non posso dire un altro animale?" chiedo.
"Del tipo?"
"Bradipo."
"Vediamo un po'... no, qui prevede solo farfalla, pangolino o megattera... allora metto: preferisce non rispondere..."
"Ma non è ve..."
"Le piacerebbe essere picchiato dentro un armadio da due neo-nazisti mentre un terzo guarda alla tele qui studio a voi stadio?"
"No!" rispondo.
La ragazza mi guarda stupefatta.
"Come mai?" mi chiede, "scusi, non sono affari miei... terza domanda: lei è un uomo fedele o un lavoratore distratto?"
"Ma cosa c'entra... perché o?"
"Preferisce non rispondere eh?"
"Ma no!"
"Ultima domanda, cosa ama di Elisa?"
Adesso sono io a guardarla stupefatto. Come fa a sapere di Elisa? Me lo chiedo mentre mi sento rispondere.
"Perché è buona, generosa e incazzata. Ma la sua intelligenza riesce miracolosamente a tenere in equilibrio tutte e tre le cose."
"Quindi ammette di amarla?"
"..."
"..."
"..."
"Adesso vada a prendere la metropolitana, tra mezz'ora la chiudono. Per sempre."